“In Australia ho trasformato la passione della fotografia in un lavoro. I sogni cominciano fuori dalla vostra comfort zone.”


“IN AUSTRALIA HO TRASFORMATO LA PASSIONE DELLA FOTOGRAFIA IN UN LAVORO.

I SOGNI COMINCIANO FUORI DALLA VOSTRA COMFORT ZONE.”

Se raggiungere i propri sogni è già difficile di suo, raggiungerli avendo tutti contro e per di più in un paese chiuso mentalmente come l’Italia risulta quasi impossibile.

E’ assurdo come, alle soglie del 2019, si guardi ancora con biasimo a chi tenta di evitare quella strada tracciata che cercano di rifilarci sin da quando siamo bambini.

Si, sto parlando proprio di quel percorso pre-impacchettato che hanno provato sicuramente a propinarti anche a te: studia, trova un lavoro, fai una famiglia, vai in pensione.

Fortunatamente però, ci sono testimonianze che fanno riflettere, e soprattutto fanno capire che in fondo tutto quello che serve per cambiare vita è già nelle nostre mani.

 

Ciao Federica, dicci chi sei…..

Ciao Nico, grazie per questa intervista, mi chiamo Federica e ho 29 anni compiuti da poco.

Quasi cinque anni fa ho lasciato Roma consapevole che non sarei ritornata presto.

Ho completamente chiuso un capitolo della mia vita e ne ho aperto uno nuovo a Sydney, in Australia, della quale mi ero innamorata a 20 anni la prima volta che l’avevo esplorata.

 

Quando sento la parola Australia alzo subito le orecchie. Cosa fai esattamente per vivere?

Qui a Sydney lavoro come freelance photographer, e sono specializzata nel campo del food.

Lavoro per alcuni magazine online e ristoranti/compagnie di ristorazione.

Comunque prima di diventare una fotografa full-time ho fatto parecchi lavori sia in Italia che in Australia, partendo dalla cameriera e passando a donna delle pulizie, promoter in centri commerciali, contadina in Farm di pomodori e parquettista.

 

Come sei riuscita a costruirti questa professione spaziando fra così tanti ambiti diversi? Come hai appreso le tue skills?

Già da quando ero alle elementari avevo sempre con me una macchinetta usa e getta e facevo foto a scuola, ai miei compagni, alle gite.

Alla fine del liceo sapevo che volevo fare la fotografa perché non avevo mai smesso di fotografare ogni cosa che mi fosse intorno, e già da un paio d’anni avevo iniziato ad essere pagata per fotografare – feste di compleanno / ragazze coetanee che volevano un book fotografico / cibo in ristoranti.

Mio padre non vedeva la fotografia come un lavoro ma come una passione, quindi mi fece prendere una laurea in “qualcosa” e la fotografia avrei potuto studiarla in qualche corso estivo.

Dopo tre anni buttati a studiare alla facoltà di Scienze della Comunicazione con una presenza pari a 3 mesi in tre anni – perché ero sempre in viaggio a fotografare – finalmente mio padre capì che non mi sarei mai laureata e cosi mi lasciò iscrivere allo IED (Istituto Europeo di Design) nel quale tre anni piu tardi presi la laurea triennale in fotografia.

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Com’è stato entrare poi nel mondo dei Freelance? Come ti sei procacciata i primi clienti?

Non e’ stato facile, soprattutto all’inizio quando improvvisamente ho detto “ok voglio essere una fotografa freelance” e guardandoti intorno la sensazione era quella di essere un pesce in un oceano immenso che nessuno noterà mai.

Se ripenso a quante volte ho quasi lasciato perdere tutto mi stupisce vedermi qui ora.

Comunque ho iniziato lavorando gratis, prima di tutto, per potermi costruire un portfolio solido da mostrare ai clienti – questo più o meno per il primo anno, proponendo dei pacchetti fotografici ai clienti che mi interessava fotografare ai fini del mio portfolio in cambio di foto gratuite per i clienti.

Poi ho lavorato anche molto come assistente – spesso gratuitamente in cambio di foto da poter usare per me.

Una volta costruito il mio portfolio + sito + pagina instagram/facebook ho iniziato a propormi io (perché siamo onesti, ci sono migliaia di fotografi nel mondo, e se non cerchi di essere notato in qualunque modo, perché dovrebbero chiamare te invece che qualcun altro?).

L’esempio più lampante di questo concetto e’ alla base della mia carriera come fotografa qui a Sydney.

Quattro anni fa, appena arrivata Australia, non conoscevo nessuno e non avevo idea di come le cose funzionassero qua come fotografa freelance (Quanto dovrei chiedere? E la partita iva? E le fatture?).

Ricordo che dopo aver mandato per settimane il mio curriculum a chiunque senza ricevere nemmeno una risposta, ho perso la pazienza e ho passato un’ora a telefonare direttamente le compagnie che mi piacevano, chiedendo senza troppi giri di parole di farmi lavorare come fotografa per loro… finché improvvisamente la rivista per cui poi ho lavorato negli ultimi anni, mi ha risposto “si, vediamoci per un caffè cosi mi fai vedere qualche tuo lavoro”.

Quello fu la mia entrata nel mondo della food photography di Sydney, perché quella rivista si occupa di scrivere recensioni dei migliori ristoranti in Australia e grazie a loro che mettevano il mio nome sotto alle foto di ogni articolo sono poi entrata in contatto con tantissimi nuovi clienti.

Ad oggi, la mia unica fonte di sostentamento e’ il mio lavoro come fotografa che e’ in continuo cambiamento ed evoluzione… entrano nuovi clienti e ne perdo altri, e’ una ruota sempre in movimento e finora devo dire di essere sempre stata abbastanza fortunata da non ritrovarmi mai completamente senza lavori.

 

Leggi anche: “Antonio di Guida: uscendo fuori dagli schemi della società ho trovato la mia strada

 

Considerando la tua esperienza, quali sono i pro e i contro di una vita da freelance? Cosa significa poter lavorare viaggiando?

Voglio fare una premessa, che non tutti i lavori possono essere svolti come freelance.

C’e chi ama essere un medico o un avvocato, e il mondo e’ bello perché vario.

Ma ci sono tantissime persone che fanno un lavoro cosi, tanto per farlo, ritrovandosi incastrate in prigioni che la gente comunemente chiama uffici.

Ci sono chiaramente, come ogni cosa, dei pro e dei contro nella vita da freelance, ma quando mi sono messa a tavolino a pensare se volevo davvero continuare questa vita da freelance ne e’ uscito quanto segue…

Il pro piu grande e’ per me il dono migliore che ho ricevuto in questi anni: la libertà di organizzare il mio tempo come più mi fa comodo.

Il tempo e’ il dono più grande che ci sia stato dato.

Vedo le persone intorno a me nella loro vita 9-to-5 chiusi dentro un ufficio cinque giorni a settimana perdersi gran parte della vita.

La miriade di volte che hanno dovuto dire “no” a una gita fuori porta perché troppo occupati, o “no” a un weekend fuori perché non potevano saltare il lunedì e due giorni non erano abbastanza, o i sabati e le domeniche chiusi in ufficio da soli a lavorare ore extra senza essere pagare, e io non riesco a capire come facciano ad essere cosi forti da non far saltare tutto in aria come ho sempre fatto io, o semplicemente come possono sentirsi felici di una vita cosi!

Lavorando come freelance decido io quali giorni lavorare e quali tenermi libera – fortuna che amo viaggiare sola ahah!  😆

Il contro principale e’ sicuramente il non avere una stabilita economica, quindi scordiamoci la leggerezza di sapere che quel giorno arriva la paga, e che se ti ammali o vai in vacanza comunque ricevi lo stipendio, ma soprattutto scordiamoci una pensione.

Come farai? Vi chiederete.

Voi… non lo so. Ma vivo la vita giorno per giorno e se negli ultimi anni cosi tanta gente ha deciso di lasciare la vita d’ufficio e si e’ lanciata nella vita freelance sono sicura che tra 40 anni avremo una soluzione per chi non ha percepito la pensione.

C’e un pensiero ricorrente sul quale la mia vita si basa, ed e’ che preferisco rischiare e perdere che morire con il rimorso di non averci nemmeno provato. Provato a vivere la vita che davvero mi piace, considerando che la vita e’ solo una.

Io non voglio accontentarmi!

Sto andando off-topic, ma questo discorso potrebbe continuare ancora a lungo perché mi sta davvero a cuore.

Comunque un altro lato positivo del lavorare come freelance e’ anche – per chi ama viaggiare – il poter spostare il mio lavoro ovunque io vada.

Avere la macchina fotografica con me e’ tutto ciò di cui ho bisogno, poi il dove io sia conta poco.

Certo in alcune parti del mondo sicuramente si lavora di più o di meno, ma io dico che tutto sta in come ci si presenta e quanto si crede di poterci riuscire.

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Con me sfondi una porta aperta su questo argomento. Ma quali sono state le ragioni che ti hanno portato a lasciare l’Italia? Cosa ha scatenato in te il cambiamento?

Ho sempre viaggiato tanto, inizialmente con la mia famiglia e appena ho cominciato a lavorare e mettere da parte i miei soldi a 18 anni ho iniziato a viaggiare anche da sola andando a trovare amici e familiari in giro per il mondo.

Quando viaggi molto, vedi, conosci, assaggi, odori… e’ come se il cervello creasse uno scompartimento in più, il quale si ciba di tutte queste emozioni e sensazioni… e quando poi torni nella vita di tutti i giorni, nel posto in cui sei nato e cresciuto, gli stimoli diminuiscono e quella parte di cervello richiede ancora nuove sensazioni.

Mi guardavo intorno ed era difficile intavolare discorsi interessanti con le persone che mi erano intorno.

Il mio interesse moriva quando le persone mi dicevano “eh ma te viaggi tanto ma chi te li da tutti questi soldi?” Mentre indossavano giacche da 300 euro e spendevano
centinaia di euro a settimana in locali e alcol e vestiti nuovi.

Come facevo a spiegargli che la vita era altro senza passare per una persona presuntuosa?

Non lo facevo, semplicemente aspettavo di viaggiare di nuovo e incontrare gente interessante.

Quando viaggi, incontri inevitabilmente altre persone che condividono le tue passioni, se ami viaggiare le persone come te le trovi in viaggio non ferme a casa.

Questo e’ stato principalmente il motivo che mi ha spinto a lasciare l’Italia.

Un altro motivo e’ stata la mentalità italiana a riguardo del lavoro freelance, e della vita in generale.

Quel voler sempre chiedere uno sconto, voler essere sempre i più furbi.

Per me e’ stancante, e uccide anche la creatività, che nel mio lavoro e’ essenziale!

 

Perché hai scelto l’Australia come luogo principale in cui vivere?

Ero indecisa tra California e Australia, avevo speso in entrambe circa 3/4 mesi in viaggio – durante i famosi tre anni di Scienze della Comunicazione.

Poi ho scelto l’Australia principalmente perché ci sono molte opzioni con i visti, mentre l’America non offre opzioni semplici.

Poi con il tempo ho capito che amo l’Australia per tanti motivi, e non solo per un visto semplificato.

Gli australiani sanno come godersi la vita, lo stile di vita che si respira qui e’ di persone dell’eta dei miei genitori che prima di iniziare il lavoro la mattina vanno a surfare, e a fine giornata escono per un aperitivo.

Non ci si lamenta continuamente, anzi, si tende a sorridere tanto e dire che la vita e’ bella.

C’e una frase che gli italiani amano dire, che ogni volta che la ascolto una parte di me muore.

E’ la risposta “si tira avanti” alla domanda “come stai?”. SI TIRA AVANTI. Quando sei in salute, hai un lavoro, una bella famiglia.

Qua in Australia arrivi in cassa al supermercato e la ragazza alla cassa ti chiede sempre come e’ stata la tua giornata, cosa hai fatto di bello, con un sorriso che va da guancia a guancia e l’umore decolla anche se era una giornata un po grigia!

E’ il vedere la vita in maniera positiva che manca spesso agli italiani – chiaramente non si può fare di tutta l’erba un fascio.

E comunque queste sono state le mie impressioni basate anche sulla vita e le esperienze che io stessa ho vissuto.

Non e’ detto che tutti amino l’Australia, magari preferite altri posti ma il concetto e’ lo stesso.

Bisogna secondo me trovare il proprio posto nel mondo per essere felici, sia esso il posto in cui siamo nati o un altro.

 

Sono d’accordo.
Parliamo di vita nella società: 
Considerando il tuo cambiamento, secondo te cosa c’è che non va nel modo di vivere che hanno le persone comuni all’interno della nostra società lavorativa?
Riusciresti mai a lavorare dentro le 4 mura di un ufficio tutto il giorno?

Io non potrei MAI lavorare in un ambiente lavorativo come un ufficio. Lo trovo altamente insano.

L’obbligo di doversi svegliare con una sveglia ogni singola mattina, che non permette mai al tuo corpo e la tua mente di alzarsi quando ha finito il bisogno di riposare davvero.

Il cervello in continuo lavoro.

Quello che penso e’ che la vita e’ una, e per quanto ne sappiamo, non si sa perché siamo su questo mondo e cosa accade dopo, quando moriremo.

Pero decidiamo di svegliarci, e passare tutte le ore migliori – quelle in cui abbiamo energia e attenzione – chiusi in un ufficio con luci al neon con gente di cui spesso nemmeno ci importa niente.

Torniamo a casa la sera dai nostri cari, e siamo stanchi, il cervello e’ saturo di informazioni e carico di emozioni spesso nervose, e non abbiamo voglia di parlare davvero o comunque dedicarci davvero a chi ci sta accanto (alle persone che valgono davvero) perché tutto il bello di noi e la nostra energia e’ già stata impiegata in altro.

E ci rimane solo un occhio vitreo che e’ in grado di fissare per due ore a sera un televisore con il cervello spento.

Vedo le mie migliori amiche o anche la mia stessa famiglia non riuscire a distaccarsi dal lavoro.

Momenti in cui si e’ di fronte all’oceano, con colori meravigliosi, il vento tra i capelli, il sole che scalda la pelle al tramonto… sono le 6 del pomeriggio, e qualcuno che evidentemente non sa godersi la vita gli manda un’email.

Ciò che succede e’ che quella mail di lavoro viene aperta e l’attenzione distolta dal momento, dalla bellezza che avevamo intorno, dalle relazioni che vengono cosi lentamente rotte, discorsi interrotti e mai finiti.

Ma quello che io mi domando e’, quando avremo 70 anni, e ripenseremo alla nostra vita, ricorderemo il tramonto in riva al mare oppure le soddisfazioni lavorative?

I viaggi in posti incredibili o le riunioni in ufficio?

Non posso pensare che mi sia stato dato un dono cosi grande come LA VITA e che io finisca per buttarlo cosi senza viverlo a pieno!

 

Ho scritto qualcosa a riguardo in questo articolo e quello che dici è assolutamente interessante.
Per quanto riguarda la fotografia, quanto Instagram e i social in generale ti hanno aiutato nel tuo lavoro? Costruirsi una professione online è una cosa fattibile per tutti secondo te?

Instagram e’ cambiato tanto negli ultimi anni, è un po come nella vita reale, su questo mondo siamo troppi!

Sembra come se per far spazio a tutti gli utenti iscritti Instagram abbia un po penalizzato tutti e quindi e’ difficile crearsi una community perché e’ pieno di apps e bots che “barano” e quindi prendi followers e poi li perdi in continuazione.

Ma io credo che, come nella vita reale, se davvero vuoi arrivare ad un certo livello puoi farlo.

Non e’ solo una frase fatta, e’ davvero cosi.

Ci vuole dedizione e forza d’animo.

Ho avuto Instagram per circa 10 anni e solo negli ultimi mesi ho davvero iniziato ad impegnarmi e utilizzarlo per lavoro, e ho visto i frutti delle ore passate online.

Secondo me e’ uno strumento davvero potente e come con Facebook, tramite questi social media io trovo probabilmente il 50% dei miei clienti, oltre alle persone che condividono gli stessi nostri interessi che poi diventano amici.

Una volta si trovava ciò di cui si aveva bisogno su degli annunci sul giornale, oggi siamo online.

Certo bisogna seguire degli schemi, delle regole, degli orari/giorni ma una volta speso un po di tempo a capire come funziona allora si inizia ad ingranare e secondo me e’ una piattaforma molto valida.

 

Bellissima intervista Federica, ti auguro il meglio. Ci lasci con un ultimo messaggio per la community?

E’ meglio vivere con il rimpianto di aver provato e sbagliato, che con il rimorso di non aver mai tentato e non sapere come sarebbe andata.

La vita e’ una sola. Quindi rischiamo, proviamo, buttiamoci in ciò che davvero ci rende felici e saremo ripagati.

A tornare indietro c’e sempre tempo.

 

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Nicolas

Ciao, mi chiamo Nicolas e sono un amante dei viaggi. Nel 2014 sono partito per un viaggio di circa un anno che mi ha portato in giro per l'Australia e l'Asia. Quell'esperienza mi ha fatto conoscere un modo nuovo di vivere e da allora, appena posso, viaggio alla scoperta di posti e culture nuove.

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